Per molto tempo il fotografo è stato necessario. Non soltanto bravo, non soltanto esperto: necessario. Se volevi conservare un matrimonio, realizzare un ritratto dignitoso, documentare un evento, mostrare un prodotto, preparare una brochure o semplicemente avere un'immagine che non fosse casuale, dovevi affidarti a qualcuno che possedesse una macchina fotografica, sapesse usarla e conoscesse quel linguaggio fatto di tempi, diaframmi, focali, luce, pellicola, sviluppo. Esisteva una distanza evidente tra chi fotografava e chi veniva fotografato, e dentro quella distanza abitava anche il valore di un mestiere.
Oggi quella distanza si è quasi dissolta. Non perché tutti siano diventati fotografi, ma perché la tecnologia ha reso accessibile a tutti una parte considerevole di ciò che un tempo richiedeva esperienza. Le macchine mettono a fuoco da sole, riconoscono occhi e volti, seguono i soggetti, correggono l'esposizione, stabilizzano l'immagine. Gli smartphone fanno ancora di più: interpretano la scena, combinano più scatti, schiariscono le ombre, proteggono le alte luci, elaborano il colore e, pochi secondi dopo, consegnano un'immagine già pronta per essere mostrata.
A questo punto arriva quasi inevitabile l'obiezione: possedere una buona macchina fotografica non significa saper fotografare. Ed è vero. Chiunque può comprare lo stesso pianoforte di un grande concertista senza per questo saper suonare allo stesso modo. L'occhio, la sensibilità, il senso della luce, la capacità di attendere un gesto, di riconoscere un momento e di decidere cosa lasciare dentro o fuori dall'inquadratura non vengono acquistati insieme all'apparecchio.
Eppure questo ragionamento, pur giusto, non basta più.
Il punto non è stabilire se il fotografo professionista sappia fare fotografie migliori di chi usa un telefono. Nella maggior parte dei casi, evidentemente sì. La domanda è piuttosto quante persone abbiano ancora bisogno che quelle fotografie siano tanto migliori da giustificare il costo, il tempo e l'organizzazione necessari per rivolgersi a un professionista.
È qui che la trasformazione diventa interessante, perché non riguarda soltanto la fotografia. Riguarda il valore stesso della competenza.
Per molto tempo molte competenze hanno avuto valore non soltanto perché producevano risultati migliori, ma perché erano indispensabili per produrli. Chi sapeva fare qualcosa che gli altri non sapevano fare occupava naturalmente uno spazio. Il mestiere nasceva anche da questa separazione: da una conoscenza non comune, da strumenti non accessibili a tutti, da un'esperienza difficile da improvvisare. Il valore della competenza coincideva, almeno in parte, con la sua rarità.
Quando quella rarità diminuisce, qualcosa cambia. La competenza può restare intatta, persino diventare più alta, ma perdere una parte della propria necessità. È una distinzione sottile e forse anche dolorosa: si può continuare a essere molto bravi in qualcosa e scoprire che il mondo ha meno bisogno di quella bravura. Non perché sia diventata inutile, ma perché la tecnologia ha alzato enormemente la soglia di ciò che una persona senza particolare preparazione riesce comunque a ottenere.
Una piccola attività commerciale non ha necessariamente bisogno della fotografia migliore possibile: ha bisogno di immagini dignitose per aggiornare un sito, pubblicare un post, mostrare un prodotto, raccontare una giornata. Una famiglia non ha bisogno di una fotografia perfetta per ricordare un compleanno: ha bisogno di qualcosa che conservi quel momento. Un ristorante può fotografare un piatto con uno smartphone e pubblicarlo trenta secondi dopo. Il professionista potrebbe fare meglio, ma il suo essere migliore non sempre modifica abbastanza il risultato finale da diventare indispensabile.
È forse questo il passaggio decisivo: la tecnologia non elimina necessariamente la competenza, elimina il monopolio della competenza su determinati risultati.
Il fotografo continua a essere necessario quando il risultato deve essere garantito, quando un momento non può essere ripetuto, quando occorre costruire una luce, dirigere delle persone, sviluppare un linguaggio coerente, consegnare cento immagini che abbiano tutte la stessa qualità. Rimane essenziale quando non basta ottenere una fotografia riuscita, ma serve una visione. Si restringe invece quella zona nella quale un tempo bastava essere tecnicamente più preparati degli altri per avere automaticamente un ruolo.
Un tempo saper fare bene qualcosa significava spesso essere uno dei pochi in grado di farla. Oggi sempre più spesso significa essere uno dei pochi in grado di farla davvero bene, mentre moltissimi altri riescono comunque a ottenere un risultato accettabile. È una differenza enorme. Il professionista non viene più scelto soltanto perché sa fare: deve essere scelto perché ciò che sa fare possiede ancora un valore percepibile, riconoscibile, desiderabile.
Questo spostamento produce anche una certa inquietudine, perché una competenza costruita in anni di studio, esperienza, errori, tentativi e affinamento può improvvisamente trovarsi a competere non con un'altra competenza, ma con la comodità. E la comodità è un avversario potentissimo. Non deve essere migliore. Deve essere più semplice, più veloce, più economica e abbastanza efficace da rendere superfluo tutto il resto.
Forse è per questo che molti mestieri creativi oggi sembrano vivere una strana contraddizione. Da un lato la qualità tecnica disponibile non è mai stata così alta; dall'altro il riconoscimento economico di quella qualità non cresce necessariamente insieme ad essa. Più gli strumenti diventano accessibili, più aumenta il numero di persone in grado di produrre qualcosa di soddisfacente, e più diventa difficile spiegare perché valga la pena pagare chi sa fare molto meglio.
È una trasformazione che riguarda ormai anche la musica, la scrittura, il video, la grafica, la traduzione, il montaggio, la comunicazione. Sempre più strumenti permettono di ottenere in pochi minuti ciò che un tempo richiedeva ore di lavoro e competenze specifiche. Non sempre il risultato è migliore, e spesso non lo è. Ma il problema non è più soltanto la qualità assoluta: è il rapporto tra qualità, necessità, tempo e convenienza.
Forse non viviamo in un mondo in cui la competenza vale meno. Viviamo in un mondo in cui la competenza deve dimostrare più chiaramente perché vale.
Questo costringe chi possiede davvero un mestiere a spostarsi altrove. Non basta più offrire ciò che una macchina può imitare. Bisogna offrire ciò che nasce dal giudizio, dall'esperienza, dal gusto, dalla capacità di scegliere, di assumersi una responsabilità, di riconoscere una differenza là dove altri vedono soltanto una funzione automatica.
C'è poi un altro paradosso. Mentre il fotografo diventa meno necessario, la fotografia non sembra perdere fascino. Anzi, molte persone tornano a comprare vere macchine fotografiche proprio dopo anni trascorsi a usare soltanto il telefono. Non perché ne abbiano bisogno, ma perché cercano qualcosa che il telefono, proprio nella sua perfezione immediata, non offre: il gesto, l'attesa, il mirino, la scelta di un obiettivo, il tempo necessario per guardare.
È curioso pensare che una macchina fotografica possa perdere valore come necessità e acquistarlo come esperienza.
Forse accade proprio questo quando una tecnologia rende superflua una parte di ciò che un mestiere faceva: ciò che rimane è costretto a mostrare più chiaramente il proprio significato. La fotografia professionale non può più fondarsi soltanto sul fatto di saper ottenere un'immagine corretta. Deve fondarsi sul modo in cui quell'immagine viene pensata, costruita, scelta e restituita.
Alla fine non è tanto il mestiere del fotografo a essere in discussione, quanto l'idea che la competenza possieda un valore automatico. Per molto tempo abbiamo potuto pensare che saper fare bene qualcosa fosse sufficiente. Oggi la tecnologia ci obbliga a vedere la questione con maggiore chiarezza: se una parte del risultato può essere ottenuta anche senza di noi, il valore del nostro lavoro deve trovarsi altrove.
Il valore della competenza comincia allora dove finisce la semplice necessità.
Ed è forse proprio lì che un mestiere, invece di scomparire, è costretto a capire che cosa ha davvero da offrire.