Ci sono momenti in cui mi sorprendo a interrogarmi non tanto sulle regole che governano le nostre vite, quanto sulla natura stessa di quelle regole. È un dubbio che nasce quasi sempre da circostanze minime, apparentemente trascurabili, ma che finisce per aprire questioni molto più ampie: dove termina ciò che possiede una necessità propria e dove comincia, invece, ciò che abbiamo semplicemente deciso di considerare necessario? In altre parole, quando una regola è davvero tale e quando non è che una convenzione che, a forza di essere ripetuta, ha assunto l’aspetto di una verità?
Non c’è nulla di scandaloso nelle convenzioni. Al contrario, senza di esse sarebbe impossibile vivere insieme. La lingua stessa è, in larga parte, un gigantesco sistema di convenzioni: chiamiamo le cose in un certo modo perché, in un tempo lontano, una comunità ha cominciato a chiamarle così e le generazioni successive hanno continuato a farlo. Lo stesso vale per moltissimi comportamenti sociali, per le consuetudini, per i codici attraverso i quali organizziamo il lavoro, l’educazione, le relazioni. La convenzione è uno dei modi attraverso cui l’uomo mette ordine nel disordine del mondo.
Il problema comincia quando perdiamo coscienza della sua natura convenzionale.
Una scelta condivisa può infatti essere ragionevole, necessaria al funzionamento di una comunità, perfino preferibile ad altre soluzioni; ma non per questo diventa una legge inscritta nelle cose. Esiste una differenza profonda tra dire che qualcosa deve essere fatto in un certo modo perché altrimenti non potrebbe funzionare e dire che abbiamo scelto di farlo in quel modo perché ci è sembrato il più utile, il più semplice o il più comprensibile. Entrambe le affermazioni possono essere legittime. Ma non sono la stessa affermazione.
È una distinzione alla quale penso sempre più spesso da quando sono padre.
Educare un figlio significa inevitabilmente consegnargli una quantità enorme di regole. Alcune riguardano la sicurezza, altre il rispetto degli altri, altre ancora la lingua, il comportamento, la scuola, la vita sociale. E tuttavia, mentre gli insegniamo queste regole, ripetiamo anche qualcosa di apparentemente opposto: che deve imparare a ragionare con la propria testa, a osservare, a fare domande, a non accettare passivamente ciò che gli viene detto.
È qui che nasce una contraddizione educativa che meriterebbe forse maggiore attenzione.
Chiediamo ai bambini di pensare autonomamente, ma spesso li valutiamo sulla loro capacità di riconoscere la risposta che ci aspettavamo. Diciamo loro che è importante ragionare, ma quando il loro ragionamento conduce a una soluzione diversa da quella prevista tendiamo a considerare la differenza come un errore prima ancora di chiederci attraverso quale percorso siano arrivati fin lì.
È un passaggio sottile. Eppure contiene una questione enorme.
Esiste una distanza non trascurabile tra cercare la risposta corretta e cercare la risposta attesa.
La prima attività appartiene alla conoscenza; la seconda, in molti casi, appartiene all’adattamento.
Naturalmente ogni apprendimento richiede anche adattamento. Un bambino deve imparare che una comunità linguistica possiede delle regole, che la matematica ne possiede altre, che esistono procedure condivise senza le quali sarebbe impossibile comprendersi. Il pensiero critico non consiste nel rifiutare tutto ciò che è stato stabilito prima di noi, come se l’intelligenza coincidesse con una forma permanente di opposizione. Sarebbe una caricatura del pensiero critico, non la sua espressione.
Pensare criticamente significa piuttosto imparare a riconoscere la natura delle cose che ci vengono proposte. Sapere distinguere ciò che è necessario da ciò che è convenzionale, ciò che è dimostrabile da ciò che è interpretabile, ciò che è vero da ciò che è semplicemente condiviso. Significa comprendere che una regola può essere validissima senza essere assoluta e che una convenzione può essere utilissima senza per questo trasformarsi in una verità.
Forse è proprio questa capacità di distinguere che stiamo progressivamente perdendo.
Viviamo in un tempo che sembra avere moltiplicato le interpretazioni possibili del mondo. È, per molti aspetti, una conquista: abbiamo imparato a diffidare delle semplificazioni, a riconoscere la complessità, a comprendere che uno stesso fenomeno può essere osservato da prospettive differenti. Ma la pluralità delle interpretazioni porta con sé un rischio opposto: quello di dimenticare che non tutto appartiene allo stesso grado di opinabilità.
Un fatto non è un’opinione. Un’interpretazione non è una dimostrazione. Una consuetudine non è una legge naturale. Una regola non è necessariamente una verità universale. E una risposta diversa non è necessariamente un errore.
Quando queste categorie cominciano a sovrapporsi, il nostro rapporto con la realtà diventa inevitabilmente più fragile. Possiamo arrivare a trattare come relativo ciò che possiede un fondamento oggettivo e, nello stesso tempo, a difendere come assoluto ciò che nasce da una semplice scelta collettiva. È una strana inversione: ciò che dovrebbe essere discusso diventa indiscutibile, mentre ciò che dovrebbe costituire il terreno comune da cui partire viene continuamente rimesso in questione.
Non credo che il problema sia la trasformazione della società. Il cambiamento è la condizione stessa della storia. Le parole cambiano, i costumi cambiano, i sistemi educativi cambiano; mutano i confini di ciò che consideriamo accettabile e perfino quelli di ciò che definiamo normale. Sarebbe ingenuo rimpiangere un passato immobile che, del resto, non è mai esistito.
Ciò che mi inquieta è piuttosto la possibilità che, nel desiderio di accogliere la complessità, abbiamo cominciato a rinunciare alla chiarezza.
La complessità non è confusione. Riconoscere più interpretazioni non significa sostenere che ogni interpretazione abbia lo stesso valore. Accettare che le convenzioni cambino non significa perdere il diritto di domandarsi su quali basi esse siano state costruite. E soprattutto non significa rinunciare a quella domanda elementare che accompagna ogni autentica forma di conoscenza: perché?
È una domanda che i bambini pronunciano continuamente, spesso fino allo sfinimento degli adulti. E forse non è casuale che proprio quella parola accompagni gli anni nei quali il mondo viene scoperto per la prima volta.
Perché?
Non c’è quasi nulla di più profondamente filosofico.
Eppure, crescendo, impariamo progressivamente a domandarlo meno. Talvolta perché abbiamo trovato le risposte, ma altre volte semplicemente perché abbiamo capito che certe domande disturbano l’ordine delle cose. «Si fa così» diventa allora una specie di punto finale, la formula attraverso la quale una conversazione viene chiusa prima ancora che il ragionamento abbia avuto davvero inizio.
È forse qui che educazione e autorità dovrebbero incontrarsi in modo diverso.
L’autorevolezza non dovrebbe avere paura delle domande. Al contrario, dovrebbe saperle accogliere proprio perché conosce la differenza tra ciò che può spiegare e ciò che deve semplicemente dichiarare come convenzione. Un insegnante, un genitore, chiunque abbia una responsabilità educativa, non perde autorevolezza dicendo: «Questa è la soluzione che adottiamo, ma non è l’unica concepibile». Ne acquista.
Perché in quella frase esiste qualcosa di più importante della certezza: esiste l’onestà intellettuale.
Forse abbiamo troppo spesso associato l’autorità alla necessità di possedere sempre una risposta definitiva. Ma educare non significa mostrare a qualcuno un mondo già completamente ordinato. Significa piuttosto consegnargli gli strumenti per orientarsi quando quell’ordine non sarà più evidente.
Ed è per questo che mi sembra sempre più importante insegnare ai nostri figli non soltanto le risposte, ma la gerarchia delle risposte. Mostrare loro che alcune cose sappiamo, altre le supponiamo; alcune le dimostriamo, altre le interpretiamo; alcune le facciamo perché non potrebbero essere fatte diversamente, altre semplicemente perché abbiamo deciso, per comodità o tradizione, di farle così.
Queste distinzioni possono sembrare sofisticate. In realtà appartengono alla forma più elementare dell’onestà.
Non tutto ciò che è nuovo è migliore, come non tutto ciò che proviene dal passato merita di essere conservato. Non tutto ciò che è condiviso è vero, come non tutto ciò che è minoritario è per questo più intelligente. Non tutto ciò che appare strano è sbagliato, così come la semplice familiarità con qualcosa non basta a renderlo giusto.
Tra questi estremi esiste uno spazio molto meno rassicurante, ma infinitamente più fertile: quello del giudizio.
E il giudizio ha bisogno di criteri.
Forse è questa la responsabilità più delicata che abbiamo nei confronti dei nostri figli: non consegnare loro un catalogo di certezze, ma una struttura mentale abbastanza solida da permettere loro di attraversare le incertezze. Non insegnare che tutto è relativo, ma nemmeno che tutto ciò che ricevono dall’autorità debba essere necessariamente assoluto. Aiutarli, piuttosto, a riconoscere le differenze.
Un giorno non saremo più accanto a loro per spiegare quale risposta ci sembra corretta. E, se avremo fatto bene il nostro lavoro, forse non ne avranno bisogno.
Avranno imparato a domandarsi su quali ragioni poggi un’affermazione, quale parte appartenga ai fatti e quale all’interpretazione, quale regola sia realmente necessaria e quale sia soltanto il risultato di un accordo umano.
Le convenzioni continueranno a cambiare. Cambieranno le parole, i comportamenti, la scuola, i valori condivisi e perfino molte delle cose che oggi ci sembrano ovvie.
Non so se questo debba rassicurarci o preoccuparci.
So però che, in mezzo a tutto ciò che muta, vorrei che restasse almeno una cosa: il diritto di chiedere perché.
E, insieme a quel diritto, la responsabilità di cercare una risposta che sia qualcosa di più di un semplice «si fa così».