Ogni volta che si parla di tornare alla lira, la discussione sembra inevitabilmente scivolare verso le banconote. Le cinquantamila lire, il milione sul conto, il caffè da mille lire, le cifre enormi che appartengono ormai alla memoria più che all’economia. È comprensibile: le monete hanno qualcosa di sorprendentemente intimo. Passano dalle nostre mani ogni giorno, finiscono nelle tasche, misurano il lavoro, accompagnano le paure e i desideri, e alla fine diventano persino una parte del modo in cui ricordiamo un’epoca. Ma se davvero l’Italia volesse tornare un giorno a una propria moneta, la questione meno importante sarebbe proprio quella delle banconote. Stampare la lira sarebbe relativamente semplice. Convincere milioni di persone, imprese e investitori che quella lira vale la pena di essere conservata sarebbe infinitamente più difficile.
Un vero Piano Lira dovrebbe partire da qui, da una constatazione che può apparire quasi paradossale: per poter lasciare serenamente l’euro, l’Italia dovrebbe prima diventare abbastanza forte da non essere costretta a lasciarlo. Non si dovrebbe partire dalla moneta, ma dal Paese. Nel 2025 il debito pubblico italiano ha raggiunto il 137,1 per cento del PIL e oltre 3.095 miliardi di euro; la Banca d’Italia continua a considerarne l’elevato livello una fonte di vulnerabilità, soprattutto quando i mercati internazionali entrano in tensione. Pensare che sia sufficiente sostituire la parola “euro” con la parola “lira” davanti a una massa di debito di queste dimensioni significherebbe confondere il simbolo con la sostanza. La moneta può cambiare il modo in cui un Paese affronta i propri problemi, ma non li cancella.
Per questo il ritorno alla lira, se mai diventasse una scelta politica reale, dovrebbe iniziare molti anni prima del giorno della conversione. La prima fase non dovrebbe neppure avere l’aspetto di una preparazione all’uscita dall’euro. Dovrebbe assomigliare semplicemente a una buona politica economica. Riduzione graduale del rapporto tra debito e PIL, crescita dell’avanzo primario senza sacrificare gli investimenti, maggiore durata media del debito pubblico, sistema bancario solido, minore dipendenza energetica, maggiore capacità di esportare, investimenti in tecnologia, infrastrutture e produttività. Sarebbe un lavoro poco spettacolare, probabilmente poco adatto ai comizi, perché le grandi trasformazioni economiche hanno quasi sempre questa caratteristica: richiedono anni di disciplina e producono risultati quando chi le ha iniziate potrebbe non essere più al governo. Eppure proprio questa sarebbe la prova più seria della volontà di recuperare sovranità. La sovranità non comincia quando si stampa una moneta; comincia quando si è abbastanza forti da sostenerne il valore.
Dopo questa lunga preparazione verrebbe il problema politico e giuridico. L’Italia non è la Svezia o la Polonia, che fanno parte dell’Unione Europea senza avere mai adottato l’euro. Noi siamo entrati nella moneta unica e i trattati non prevedono oggi una normale porta d’uscita dalla sola eurozona equivalente a quella prevista per l’uscita dall’Unione. L’articolo 50 disciplina infatti espressamente il recesso dall’UE, mentre per un Paese che volesse abbandonare soltanto l’euro mantenendo l’appartenenza all’Unione sarebbe necessario costruire un accordo politico e giuridico nuovo, probabilmente attraverso una revisione dei trattati o un protocollo specifico. È un passaggio importante perché un ritorno ordinato alla lira dovrebbe nascere da una negoziazione, non da una notte di rottura nella quale un governo annuncia improvvisamente che dal lunedì successivo tutto è cambiato. Le monete vivono di fiducia, e la fiducia è incompatibile con il sospetto che le regole possano essere riscritte da un giorno all’altro.
Solo quando questo quadro fosse definito avrebbe senso parlare della nuova valuta. La chiamerei semplicemente lira, ma eviterei di ricostruire artificialmente il mondo del 2001. Non avrebbe alcuna utilità tornare al rapporto di 1 euro per 1.936,27 lire, se non quella di regalarci per qualche settimana l’illusione sentimentale di ritrovare i numeri dell’infanzia. Una nuova moneta dovrebbe nascere semplice: per esempio una nuova lira per un euro al momento della conversione. Uno stipendio di 2.000 euro diventerebbe 2.000 lire, una pensione di 1.500 euro diventerebbe 1.500 lire, un conto corrente di 80.000 euro diventerebbe 80.000 lire. Il mutuo di una famiglia, quando disciplinato dal diritto italiano e rientrante nel perimetro della ridenominazione, dovrebbe trasformarsi insieme al suo reddito, perché la cosa economicamente più pericolosa sarebbe pagare gli stipendi in lire e lasciare i debiti in euro. Per mesi, forse per un anno, i prezzi dovrebbero essere esposti nelle due valute, non soltanto per familiarizzare con il nuovo sistema, ma per rendere molto più difficile utilizzare la confusione monetaria come occasione per aumentare surrettiziamente i prezzi, come molti italiani ricordano — talvolta correttamente, talvolta amplificando nella memoria fenomeni più complessi — accadde durante il passaggio materiale all’euro.
Ma proprio qui finirebbe la parte facile. Il giorno della conversione sarebbe infatti soltanto il primo giorno della storia della nuova lira. Il governo potrebbe stabilire per legge che un euro diventa una lira, ma non potrebbe stabilire con altrettanta facilità quanto quella lira varrebbe una settimana dopo. Quel valore sarebbe deciso ogni giorno dalla fiducia di chi vende e compra la moneta. È ragionevole immaginare che inizialmente la nuova lira subirebbe una pressione verso il deprezzamento, ma qualsiasi percentuale precisa — dieci, venti o trenta per cento — sarebbe oggi una finzione numerica. Dipenderebbe dalle condizioni economiche del momento, dal debito accumulato, dal saldo commerciale, dalle riserve, dalla credibilità della Banca d’Italia e soprattutto dalla percezione che il ritorno alla moneta nazionale faccia parte di un progetto coerente oppure rappresenti il tentativo di sottrarsi ai problemi attraverso la svalutazione.
Questo è il punto sul quale si gioca l’intero progetto. Una lira che si svaluta moderatamente potrebbe restituire competitività ad alcune imprese italiane, favorire le esportazioni, rendere l’Italia più conveniente per il turismo e consentire all’economia di assorbire attraverso il cambio una parte degli shock che oggi devono essere affrontati attraverso salari, prezzi, bilanci pubblici e occupazione. Ma la stessa svalutazione renderebbe più costoso tutto ciò che compriamo all’estero. Petrolio, gas, componenti industriali, tecnologia, alcune materie prime e molti beni di consumo arriverebbero in Italia a prezzi maggiori. La benzina, almeno nella fase iniziale, potrebbe quindi costare di più, non di meno. Sarebbe una delle ironie più crudeli di un eventuale ritorno alla lira: molti potrebbero sostenerlo anche per sottrarsi al caro vita e scoprire che proprio il primo effetto della nuova moneta consiste nell’aumento del prezzo di una parte dei beni importati.
Non sarebbe però corretto fermarsi a questa immagine e concludere che ogni svalutazione sia necessariamente un disastro. Una moneta nazionale serve precisamente anche a permettere che il cambio rifletta le caratteristiche dell’economia che rappresenta. La questione è la misura. Esiste una grande differenza tra una valuta che perde valore una volta, trova un equilibrio e poi diventa credibile e una valuta che comincia a svalutarsi perché tutti si aspettano che continuerà a farlo. Nel primo caso il cambio può diventare uno strumento di aggiustamento; nel secondo diventa una fuga dal denaro nazionale. È lì che nasce la spirale più pericolosa: la moneta perde valore, i beni importati aumentano, l’inflazione accelera, la banca centrale alza i tassi per difendere la valuta, gli interessi sul debito diventano più pesanti, la fiducia diminuisce e la moneta viene venduta ancora. Un Piano Lira serio dovrebbe essere costruito quasi interamente per impedire che questa sequenza cominci.
Per lo stesso motivo il sistema bancario dovrebbe essere preparato con una cura quasi ossessiva. L’errore sarebbe aspettare l’annuncio ufficiale per occuparsi dei depositi. Se una persona possedesse centomila euro sul proprio conto e sapesse che fra tre mesi diventeranno centomila lire, la sua prima domanda non sarebbe filosofica: vorrebbe sapere se quelle lire continueranno a valere centomila euro o ottantamila. È esattamente il genere di interrogativo capace di trasformare una decisione politica in un movimento di capitali. Nel 2012 non fu necessario che l’Italia uscisse realmente dall’euro: il semplice timore che alcuni debiti potessero un giorno essere rimborsati in una valuta diversa e meno preziosa contribuì già alla crescita dei rendimenti. Una successiva analisi della BCE ha stimato che, al culmine della crisi nel luglio 2012, gli shock legati al rischio di ridenominazione spiegassero circa 170 punti base dello spread italiano a cinque anni. È un precedente che suggerisce prudenza: spesso i mercati reagiscono non a ciò che è accaduto, ma a ciò che temono possa accadere.
Da qui nascerebbe forse la questione politicamente più delicata di tutte: come proteggere i risparmi senza imprigionarli. In una fase estrema uno Stato potrebbe essere tentato di limitare temporaneamente trasferimenti di capitale o movimenti bancari, ma sarebbe già il segnale che la transizione non sta avvenendo nella serenità auspicata. Il vero successo consisterebbe nel non dover impedire ai cittadini di portare fuori i loro soldi, perché quei cittadini non avrebbero ragione di farlo. Una garanzia dei depositi credibile, banche ben capitalizzate, abbondante liquidità, riserve in valuta estera e una Banca d’Italia capace di agire come prestatore di ultima istanza sarebbero quindi condizioni molto più importanti del disegno che scegliessimo per la nuova banconota da cento lire.
La Banca d’Italia tornerebbe certamente al centro della vita economica nazionale, ma anche qui sarebbe necessario liberarsi da una delle illusioni più diffuse: riavere una moneta propria non significa poter creare ricchezza con la tipografia dello Stato. Una banca centrale può fornire liquidità, influenzare i tassi, acquistare attività sui mercati e impedire che una crisi temporanea di fiducia provochi il collasso del sistema finanziario. Non può però creare petrolio, produttività, tecnologia o capitale umano. Se producesse moneta senza che l’economia fosse in grado di produrre più beni e servizi, prima o poi quella differenza ricomparirebbe sotto forma di prezzi più alti o di moneta più debole. E se l’Italia restasse nell’Unione Europea con uno status monetario speciale, resterebbe inoltre da definire il rapporto tra la nuova architettura monetaria e gli attuali vincoli dei trattati europei. Non basterebbe quindi rimettere un governatore italiano davanti a una macchina da stampa per ricreare un mondo nel quale lo Stato possa spendere senza limiti.
È proprio qui che un progetto di ritorno alla lira potrebbe acquisire una dignità diversa rispetto alla semplice nostalgia. Se l’obiettivo fosse soltanto quello di recuperare la possibilità di spendere più facilmente, indebitarsi di più e svalutare ogni volta che l’economia perde competitività, la nuova moneta sarebbe probabilmente il modo più costoso di rinviare ancora una volta i problemi italiani. Se invece il ritorno alla lira fosse la conclusione di un percorso nel quale il Paese abbia prima ridotto il debito, aumentato la propria produttività, rafforzato le banche, reso l’energia meno dipendente dall’estero, ampliato le riserve e ricostruito una cultura della responsabilità finanziaria, allora si potrebbe discutere seriamente se l’autonomia monetaria aggiunga o meno qualcosa a quella forza.
Ed è questo che rende il Piano Lira quasi contraddittorio nella sua forma migliore. Più lo si prepara bene, meno diventa indispensabile attuarlo. Un’Italia che avesse un debito stabilmente in discesa, imprese competitive, energia sicura, banche robuste e una crescita superiore a quella degli ultimi decenni sarebbe anche un’Italia capace di vivere molto meglio dentro l’euro. A quel punto la scelta della moneta diventerebbe finalmente ciò che dovrebbe essere: una scelta, non una fuga. Si potrebbe decidere di restare perché conviene, oppure di recuperare la propria moneta perché si ritiene che la maggiore autonomia valga i costi della transizione. In entrambi i casi la decisione nascerebbe dalla forza e non dalla necessità.
Forse è questa la parte più interessante di tutta la questione, perché finisce per portarci lontano dalla lira. La sovranità non coincide con il diritto di scrivere il nome di un Paese su una banconota. Anche uno Stato formalmente indipendente può essere costretto a obbedire ai propri creditori, al prezzo dell’energia, alla paura dei risparmiatori o alla debolezza delle proprie imprese. Allo stesso modo, uno Stato che accetta volontariamente regole comuni può mantenere un’enorme capacità di scelta se dispone di finanze solide e di un’economia che gli altri hanno interesse a finanziare e con cui hanno interesse a commerciare.
Una moneta, in fondo, è una delle forme più strane di fiducia che abbiamo inventato. Un pezzo di carta non vale quasi nulla, eppure gli consegniamo una parte del nostro lavoro, del nostro tempo e del nostro futuro perché siamo convinti che domani qualcun altro farà lo stesso. È questa convinzione, molto più dell’inchiostro, a trasformarlo in denaro. Per questo un ritorno alla lira non dovrebbe cominciare chiedendosi quale volto imprimere sulle banconote, né quanti zeri utilizzare, né quanto velocemente potremmo liberare la spesa pubblica dai vincoli europei. Dovrebbe cominciare da una domanda molto più severa: che cosa dovremmo diventare perché milioni di italiani, il giorno dopo il ritorno alla moneta nazionale, preferiscano conservare le loro lire invece di cambiarle immediatamente in euro?
Se sapessimo rispondere a questa domanda, avremmo probabilmente già risolto una parte considerevole dei problemi che ci accompagnano da trent’anni.
Ed è qui che il Piano Lira smette di essere soltanto un progetto monetario e diventa qualcosa di più difficile: un progetto di Paese. Perché il vero traguardo non dovrebbe essere riconquistare il diritto di stampare la nostra moneta. Dovrebbe essere costruire un’Italia nella quale quella moneta, se un giorno decidessimo davvero di stamparla, fosse desiderata non perché siamo obbligati a usarla, ma perché ci fidiamo del Paese che la garantisce.