1. Quando Fantozzi smette di far ridere
Ci sono incontri che avvengono attraverso un libro, una musica, un film o, come in questo caso, attraverso un’intervista ritrovata molti anni dopo. E ci sono parole che appartengono apparentemente a un’altra epoca ma che, improvvisamente, ci costringono a guardare con occhi diversi non soltanto il passato, ma anche noi stessi e il tempo nel quale viviamo.
Mi è accaduto ascoltando una lunga intervista a Paolo Villaggio, realizzata dalla televisione svizzera nel 1975 [Paolo Villaggio. Intervista inedita alla televisione svizzera - 1975]. Confesso di esserne rimasto quasi estasiato. Non tanto, o non soltanto, perché vi riconoscevo l’intelligenza dell’uomo che aveva creato Fantozzi, quanto per la straordinaria lucidità con cui Villaggio riusciva a spiegare che cosa ci fosse realmente dietro quel personaggio.
Avevo sempre conosciuto Fantozzi. Come tutti, avevo riso delle sue disgrazie, delle sue umiliazioni, delle sue paure, delle improbabili vacanze, della Megaditta, della signorina Silvani, delle gerarchie assurde e di quell’universo deformato fino al grottesco. Ma ascoltare Villaggio parlare del proprio personaggio significava improvvisamente guardarlo da un’altra prospettiva. Dietro la comicità appariva un’analisi sociale molto più profonda di quanto la superficie delle gag lasciasse immaginare.
Fantozzi non era semplicemente un uomo sfortunato, né soltanto la caricatura dell’impiegato italiano. Era il prodotto di un preciso momento storico: un uomo già entrato nella società del benessere, che aveva un lavoro, una casa, un’automobile, una famiglia, andava in vacanza e possedeva un televisore, ma che proprio mentre raggiungeva una parte di ciò che gli era stato promesso cominciava a scoprire che il miglioramento materiale e la felicità non coincidevano necessariamente. Aveva conquistato una posizione e, insieme a essa, la paura di perderla.
È forse questo uno degli aspetti più moderni del personaggio. Fantozzi non appartiene più alla società della pura necessità. Il suo problema non è soltanto ottenere qualcosa, ma difendere ciò che ha ottenuto e continuare a salire. Il posto di lavoro rappresenta molto più dello stipendio: è sicurezza, riconoscimento, appartenenza, possibilità di immaginare il futuro. Anche quando la Megaditta è soffocante, gerarchica e umiliante, essere espulso da quel mondo significherebbe precipitare dal gradino sociale conquistato con tanta fatica. Per questo Fantozzi detesta il sistema dal quale dipende e contemporaneamente ne cerca l’approvazione.
Villaggio coglie in questo meccanismo qualcosa che supera il mondo dell’ufficio. L’automobile non serve più soltanto a spostarsi, la casa non è soltanto il luogo nel quale vivere, la vacanza non serve soltanto a riposarsi. Ogni bene può diventare anche il segnale della posizione sociale raggiunta o desiderata. Il consumo smette così di riguardare esclusivamente l’utilità degli oggetti e comincia a entrare nella definizione che costruiamo di noi stessi.
Fantozzi vorrebbe essere invitato, accettato, promosso. Non sogna veramente di abbattere la gerarchia: vorrebbe soprattutto trovarsi qualche gradino più in alto. È qui che la caricatura diventa inquietantemente riconoscibile, perché Villaggio porta all’estremo un bisogno autentico: quello del riconoscimento sociale. Se il valore di ciò che abbiamo dipende anche dal confronto con chi possiede di più, la meta è destinata a spostarsi continuamente. Quando raggiungiamo una posizione, ne compare subito un’altra; quando entriamo in un ambiente, ne scopriamo uno più esclusivo; quando otteniamo qualcosa, qualcuno possiede già qualcosa di migliore. La felicità diventa così un bersaglio che arretra mentre cerchiamo di raggiungerlo.
Il mondo fantozziano rende visibile anche un’altra intuizione sorprendentemente contemporanea: il potere più forte è spesso quello che non si vede. Il vertice della Megaditta è remoto, quasi mitologico. Fantozzi conosce perfettamente gli effetti della gerarchia, ma molto meno chi realmente la governa. Il grande capo non ha bisogno di apparire continuamente: è sufficiente che tutti sappiano che esiste e organizzino il proprio comportamento in funzione di lui. Più il vertice è lontano, più assume una dimensione quasi sovrumana.
È in questo punto che il pensiero di Villaggio, pur attraverso un linguaggio completamente diverso, finisce per incontrare quello di Pier Paolo Pasolini. Villaggio arriva alla critica sociale attraverso la comicità e il grottesco; Pasolini attraverso una polemica culturale spesso drammatica e provocatoria. Eppure entrambi osservano la trasformazione prodotta dalla società dei consumi. Pasolini parla di omologazione e di mutazione antropologica: persone provenienti da mondi differenti, con culture, dialetti e abitudini diverse, cominciano progressivamente a desiderare le stesse cose.
La televisione ha in questo processo una forza straordinaria. Per chi vive oggi nella frammentazione di Internet è difficile immaginare che cosa significasse un Paese nel quale milioni di persone guardavano contemporaneamente gli stessi programmi, gli stessi presentatori e gli stessi spettacoli. La televisione contribuì enormemente all’unificazione linguistica e culturale dell’Italia, portando informazione, spettacolo e conoscenza dentro milioni di case, ma contemporaneamente costruì un immaginario condiviso. Non mostrava soltanto il mondo: contribuiva anche a suggerire quale automobile rappresentasse il successo, quale casa fosse desiderabile, quale vacanza prestigiosa, quale stile di vita dovesse essere associato all’idea di essere finalmente arrivati.
Pasolini vedeva soprattutto il rischio dell’omologazione; Villaggio ne mostrava l’effetto psicologico sull’individuo. Due strade diverse che finiscono per incontrarsi nello stesso punto: l’uomo moderno crede di scegliere liberamente ciò che desidera, mentre una parte di quei desideri è costruita dalla società nella quale vive.
È stato proprio ascoltando Villaggio parlare di tutto questo che quell’intervista ha smesso di sembrarmi un documento sul passato e ha cominciato a riguardarmi direttamente. Mentre lui descriveva l’Italia del 1975, mi sono accorto di una coincidenza temporale che rendeva tutto meno astratto: io sarei nato quattro anni dopo, il 18 novembre 1979.
Da quel momento ho cominciato a mettere in relazione tre generazioni e tre Italie differenti: quella osservata da Villaggio e vissuta dalla generazione dei miei genitori, quella nella quale sono nato e diventato adulto, e quella nella quale oggi sta crescendo mio figlio. Non tanto per stabilire quale sia stata migliore, quanto per capire che cosa sia realmente cambiato e che cosa, sotto forme diverse, continui invece a ripresentarsi: il bisogno di sicurezza, la ricerca dell’approvazione, il confronto con gli altri, il desiderio di possedere e soprattutto quella domanda che sembra spostarsi insieme a noi ogni volta che crediamo di avere finalmente raggiunto qualcosa: quando sarà abbastanza?
2. Sono nato dentro la risposta
Sono nato il 18 novembre 1979. Per molti anni quella data è stata semplicemente la data della mia nascita. Guardandola oggi con una certa distanza, mi accorgo invece di essere venuto al mondo alla fine di un decennio che aveva trasformato profondamente l’Italia, proprio mentre molte delle certezze costruite dalla generazione precedente cominciavano a incrinarsi.
Naturalmente io di quell’Italia non posso avere un ricordo diretto. Non ricordo l’inflazione, gli anni di piombo, l’austerità energetica, le tensioni politiche o le grandi trasformazioni sociali degli anni Settanta. Ma una generazione non comincia culturalmente il giorno in cui nasce. Riceve il mondo costruito da quella precedente e ne assorbe valori, paure e aspettative attraverso le persone che la circondano.
Gli adulti tra i quali sono cresciuto appartenevano ancora a un’Italia che conservava una memoria molto vicina della scarsità. Per molti di loro il lavoro stabile non rappresentava semplicemente un impiego, ma la possibilità di mantenere una famiglia e costruire il futuro. La casa era sicurezza, il risparmio prudenza, l’automobile autonomia. Buttare qualcosa che poteva ancora servire sembrava quasi una colpa e indebitarsi senza motivo veniva guardato con sospetto. Dietro questi comportamenti esisteva un’esperienza che non era la mia, ma continuava a essere presente nel modo in cui gli adulti intorno a me guardavano il mondo.
Io arrivavo dopo. Non avevo conosciuto la fame del dopoguerra, non avevo partecipato al miracolo economico e non avevo assistito all’ingresso del frigorifero, della televisione o dell’automobile nella vita quotidiana degli italiani. Per me quelle cose appartenevano già alla normalità. Ed è forse questa una delle caratteristiche della mia generazione: siamo cresciuti considerando naturali molte cose che per chi ci aveva preceduti erano state conquiste.
Nel giro di pochi decenni l’Italia era passata da una realtà ancora largamente agricola e povera a una società industriale, urbana e moderna. Milioni di persone si erano spostate dalle campagne alle città e dal Sud verso i grandi centri industriali del Nord. Erano cambiati il lavoro, la famiglia, la casa, il linguaggio, l’abbigliamento, il tempo libero e perfino il modo di immaginare il futuro. Per la generazione cresciuta prima e durante la guerra stare meglio aveva significato soprattutto allontanarsi dalla fame, dalla precarietà e dalla mancanza delle comodità essenziali; per i loro figli il benessere aveva assunto progressivamente altri simboli: l’automobile, il frigorifero, la lavatrice, la televisione, la casa di proprietà, la possibilità di andare in vacanza.
Ma quando sono nato, nel 1979, quella fiducia quasi automatica nel progresso aveva già subito diversi colpi. La crisi petrolifera, le domeniche senza automobili, l’austerità energetica e l’inflazione avevano incrinato la convinzione, tipica degli anni del boom, che l’anno successivo sarebbe stato quasi inevitabilmente migliore del precedente. Anche il clima politico era attraversato da tensioni profondissime: Aldo Moro era stato rapito e assassinato appena l’anno prima e gli anni di piombo appartenevano ancora alla cronaca.
Nello stesso tempo stavano cambiando la famiglia e la società. Il divorzio era ormai legge, la riforma del diritto di famiglia aveva sancito una nuova parità tra marito e moglie, nel 1978 erano arrivati la legge sull’interruzione volontaria di gravidanza e il Servizio sanitario nazionale. Le donne rivendicavano una maggiore autonomia personale, culturale ed economica e i giovani mettevano in discussione autorità che fino a poco prima apparivano quasi immutabili. L’italiano di quegli anni viveva dunque in un Paese più libero rispetto a quello dei propri genitori, ma anche più inquieto: aveva maggiori possibilità e meno certezze.
Sono nato dentro questa contraddizione. Abbastanza tardi da trovare già costruita l’Italia moderna, ma abbastanza presto da crescere con persone che ricordavano perfettamente ciò che c’era stato prima. La mia generazione si è trovata così tra due memorie: quella di una società nella quale bisognava conquistare il necessario e quella di una società nella quale diventava sempre più difficile capire che cosa fosse davvero necessario.
Per questo non sento l’Italia raccontata da Villaggio come qualcosa che appartiene semplicemente a un’epoca precedente alla mia. Viene prima della mia nascita, certamente, ma è dentro la mia storia. Era il mondo che aveva formato gli adulti che mi hanno cresciuto e, attraverso di loro, anche una parte del mio modo di pensare. Io sono arrivato dopo, ma non sono arrivato altrove.
Negli anni della mia infanzia e della mia adolescenza quel processo avrebbe accelerato. Sarebbero arrivati nuovi consumi, nuove tecnologie e nuove possibilità. Ciò che per la generazione precedente rappresentava un traguardo sarebbe diventato per la mia il punto di partenza. E insieme al benessere sarebbe cresciuto anche il confronto.
È proprio qui che noto forse il passaggio più interessante tra il mondo dei miei genitori e quello nel quale sono diventato adulto. La generazione precedente poteva immaginare, almeno idealmente, un percorso relativamente lineare: trovare un posto, costruirsi una posizione, mettere su famiglia, comprare casa e arrivare alla pensione. Quando siamo diventati adulti noi, quel percorso era già molto meno scontato. Il lavoro diventava più mobile, le carriere meno lineari, le tecnologie modificavano continuamente le competenze richieste e la sicurezza lasciava spazio alla necessità di adattarsi.
Fantozzi viveva nell’angoscia di perdere il proprio posto. La mia generazione ha conosciuto anche il problema opposto: riuscire ad avere un posto abbastanza stabile da poterlo perfino temere di perdere. Fantozzi subiva un’organizzazione troppo rigida; noi abbiamo sperimentato progressivamente la flessibilità, i cambiamenti continui, le carriere discontinue e la necessità di reinventarsi. Abbiamo conquistato una maggiore libertà di cambiare strada, ma anche una minore certezza che la strada sulla quale ci troviamo continui a esistere.
Eppure una parte dell’uomo descritto da Villaggio è rimasta sorprendentemente intatta. Rimane il bisogno di essere riconosciuti, rimane il confronto con chi sembra trovarsi più avanti, rimane la sensazione per cui ciò che abbiamo può smettere rapidamente di sembrarci sufficiente quando vediamo qualcuno che possiede qualcosa in più. La differenza è che quel confronto, un tempo limitato al luogo di lavoro, al quartiere, agli amici o alle persone che concretamente incontravamo, ha progressivamente perso i propri confini.
Siamo passati da una società nella quale possedere determinati oggetti poteva rappresentare il segno di essere arrivati a una società nella quale non sembra più sufficiente possederli o vivere determinate esperienze: sentiamo spesso anche il bisogno di renderli visibili. È un passaggio decisivo, perché trasforma il confronto sociale da qualcosa di intermittente a qualcosa di potenzialmente continuo.
Ripensando allora alla mia data di nascita, mi accorgo di essere cresciuto proprio su questa linea di confine. Ho visto oggetti che per la generazione precedente erano stati conquiste trasformarsi in necessità quotidiane e ho visto nascere nuovi bisogni là dove quelli precedenti erano ormai soddisfatti. Sono nato in una società nella quale i miei genitori cercavano soprattutto sicurezza e sono diventato adulto in una società che avrebbe chiesto soprattutto adattabilità.
E oggi, quasi mezzo secolo dopo, mi accorgo che la domanda implicita nell’analisi di Villaggio non è affatto invecchiata. Abbiamo conquistato possibilità che nel 1979 sarebbero sembrate fantascienza: comunichiamo istantaneamente con il mondo, possiamo accedere a una quantità quasi infinita di informazioni, viaggiamo con una facilità impensabile e utilizziamo tecnologie che trasformano continuamente il nostro modo di vivere e lavorare. Ma la tensione verso qualcosa che dovrebbe finalmente farci sentire arrivati è ancora lì.
Sono cambiati gli oggetti, le aziende, la televisione e le forme del lavoro. Molto meno sembra essere cambiato il desiderio.
3. Il passato di mio figlio comincia oggi
È proprio da qui che il discorso si sposta inevitabilmente in avanti. Se fino a questo momento ho guardato all’Italia nella quale sono nato e al mondo che la generazione dei miei genitori mi ha consegnato, oggi mi trovo dall’altra parte della storia. Non sono più soltanto il figlio di quella generazione: sono diventato padre.
Mio figlio è nato nel 2019, esattamente quarant’anni dopo di me. È una coincidenza anagrafica semplice, ma dà una misura concreta del passaggio del tempo. Io sono nato alla fine degli anni Settanta; lui alla fine degli anni Dieci del nuovo secolo. Tra le nostre nascite sono cambiati quasi tutti gli strumenti attraverso i quali comunichiamo, lavoriamo, ci informiamo, ci spostiamo e costruiamo la nostra identità. Eppure proprio questa distanza mi porta a domandarmi quanto siano cambiate davvero le questioni fondamentali.
Se io posso oggi guardare al 1979 e chiedermi quale mondo mi sia stato consegnato, un giorno mio figlio potrà guardare al 2019 nello stesso modo. Quell’anno, che per me appartiene ancora a un passato vicinissimo, per lui sarà l’inizio remoto del racconto della propria vita. E allora la domanda diventa inevitabile: quale mondo gli abbiamo consegnato?
Una generazione non trasmette alla successiva soltanto gli oggetti che utilizza o le condizioni materiali nelle quali vive. Trasmette soprattutto un modo di guardare le cose. I miei genitori mi hanno consegnato, spesso senza bisogno di formularlo apertamente, un certo rapporto con il lavoro, il denaro, la sicurezza, ciò che si possiede e ciò che si teme di perdere. Soltanto da adulto ho imparato a riconoscere dietro quei comportamenti la storia dalla quale provenivano. Probabilmente un giorno accadrà qualcosa di simile anche a mio figlio.
I miei genitori appartenevano ancora a una generazione che aveva alle spalle il ricordo della scarsità. La mia ha vissuto soprattutto l’espansione delle possibilità. Mio figlio sta crescendo invece nel mondo dell’eccesso delle possibilità. I nostri nonni dovevano scegliere anche perché potevano avere poco; noi abbiamo visto moltiplicarsi continuamente le alternative; i nostri figli dovranno forse imparare a scegliere proprio perché possono avere accesso, almeno apparentemente, a quasi tutto.
La società nella quale cresce mio figlio non è più quella della televisione generalista descritta da Pasolini e Villaggio, nella quale milioni di persone guardavano contemporaneamente le stesse immagini. Oggi ogni individuo può ricevere un proprio flusso personale di informazioni, pubblicità, immagini e desideri. La televisione suggeriva più o meno gli stessi modelli a tutti; l’algoritmo può suggerire a ciascuno i propri.
Per la mia generazione trovare un’informazione era ancora, almeno in parte, un problema: bisognava cercare un libro, consultare un’enciclopedia, andare in biblioteca, chiedere a qualcuno. Per quella di mio figlio il problema rischia di essere l’opposto: imparare a distinguere, dentro una quantità praticamente infinita di informazioni, quelle che meritano fiducia, attenzione e tempo. Forse una delle grandi responsabilità della nostra generazione di genitori non sarà insegnare ai figli come trovare qualcosa, perché quasi tutto sarà trovabile, ma aiutarli a capire che cosa valga la pena cercare.
E qui compare una parola che definisce forse più di ogni altra il nostro tempo: velocità. Le notizie vengono consumate e dimenticate nel giro di poche ore, gli oggetti tecnologici invecchiano rapidamente, le conversazioni avvengono mentre facciamo altro e il lavoro ci raggiunge fuori dai luoghi e dagli orari che un tempo gli erano destinati. Abbiamo conquistato la possibilità di essere raggiungibili quasi ovunque e abbiamo scoperto quanto sia diventato difficile tornare a essere irraggiungibili.
Fantozzi timbrava il cartellino entrando in ufficio. Era certamente un simbolo di subordinazione, ma segnava anche un confine: esisteva un momento nel quale si entrava nel luogo di lavoro e uno nel quale, almeno fisicamente, se ne usciva. Oggi quel confine è molto più sottile. Smartphone, computer portatili, piattaforme digitali e lavoro a distanza hanno creato libertà enormi, ma hanno anche permesso al lavoro di infilarsi praticamente ovunque. Abbiamo smantellato molte delle vecchie rigidità e rischiamo contemporaneamente di portare sempre con noi ciò da cui volevamo liberarci.
Anche l’intuizione di Villaggio sul potere invisibile assume così una forma nuova. Il megadirettore della Megaditta era lontano, irraggiungibile, quasi mitologico; oggi un algoritmo può decidere quali contenuti vediamo, una piattaforma può cambiare improvvisamente le condizioni nelle quali lavorano migliaia di persone, una procedura automatizzata può accettare o respingere una richiesta. La decisione esiste, ma il decisore diventa spesso difficile da riconoscere. C’è qualcosa di profondamente fantozziano nella frase contemporanea «È il sistema»: nessuno sembra aver deciso eppure la decisione c’è.
Ma forse il passaggio ancora più interessante è che il megadirettore non ha nemmeno più bisogno di stare sopra di noi: possiamo interiorizzarlo. Non occorre sempre qualcuno che ci ordini di produrre di più, migliorarci, essere efficienti, presenti, aggiornati e possibilmente felici. Spesso siamo noi stessi a pretenderlo da noi. Persino la felicità rischia così di trasformarsi in una prestazione. Non basta più vivere bene: talvolta sembra necessario anche dimostrare di vivere bene.
Ed è proprio il bisogno di riconoscimento, già così evidente in Fantozzi, che la rete ha reso potenzialmente continuo. Una fotografia può essere insieme il ricordo di un viaggio e qualcosa da pubblicare; una cena può essere un momento vissuto e contemporaneamente qualcosa da mostrare. Il rischio è cominciare a osservare la nostra stessa vita con gli occhi di un pubblico immaginario, domandandoci non soltanto se qualcosa ci piaccia, ma se apparirà interessante agli altri.
Sarebbe però profondamente ingiusto descrivere il mondo di mio figlio soltanto attraverso i suoi pericoli. Sta crescendo con possibilità che alla sua età non potevo nemmeno immaginare. Può vedere luoghi lontani in pochi secondi, ascoltare praticamente qualsiasi musica, comunicare con persone dall’altra parte del mondo, accedere a biblioteche immense, creare immagini, suoni, testi e video con strumenti potentissimi. Sta crescendo proprio mentre l’intelligenza artificiale comincia a modificare ancora una volta il rapporto tra uomo, conoscenza e lavoro.
Il problema non può quindi essere impedirgli di utilizzare questi strumenti. Il problema sarà aiutarlo a mantenere la capacità di decidere quando e perché utilizzarli. Uno strumento rimane tale finché siamo noi a governarlo; quando comincia a decidere il nostro tempo, la nostra attenzione, i nostri desideri e perfino il nostro umore, il rapporto si rovescia.
Forse la vera risorsa scarsa della sua generazione sarà proprio l’attenzione. Nel mondo dei miei nonni era spesso il denaro; per i miei genitori erano ancora molte possibilità materiali; per i nostri figli potrebbe diventare il tempo mentale: la capacità di concentrarsi su una cosa, annoiarsi, aspettare, leggere senza interrompersi, ascoltare una persona senza guardare uno schermo, fare qualcosa senza sentire immediatamente il bisogno di mostrarla.
Io vivo questa contraddizione ogni giorno. Il mio lavoro, la musica, l’insegnamento, i concerti e i progetti convivono con strumenti digitali capaci di fare cose impensabili pochi decenni fa. Ma proprio per questo sento quanto sia importante conservare luoghi nei quali il tempo abbia ancora una misura umana. Il pianoforte, da questo punto di vista, è quasi l’opposto dello smartphone. Posso avere accesso immediato a una partitura, a cento registrazioni e a tutte le informazioni possibili su un’opera, ma nessuna tecnologia può eliminare il tempo necessario perché quelle note diventino veramente mie. Non si può scaricare la maturazione di un’interpretazione.
È forse anche questo che vorrei lasciare a mio figlio: non la nostalgia di un mondo più lento che non tornerà, ma la consapevolezza che non tutto ciò che può essere accelerato debba necessariamente esserlo. Imparare, suonare, conoscere una persona, costruire una relazione, crescere un figlio, capire davvero un libro, cambiare idea e diventare bravi in qualcosa hanno bisogno di tempo. La tecnologia può eliminare molti tempi morti, ma non dovrebbe convincerci che ogni lentezza sia uno spreco.
Quando penso ai miei genitori, mi accorgo che una parte della loro eredità è racchiusa in parole molto semplici: lavoro, sacrificio, sicurezza, prudenza, risparmio. Non sono valori da idealizzare. Il sacrificio può diventare rinuncia inutile, la prudenza paura e la ricerca della sicurezza conformismo. Fantozzi è anche la caricatura di ciò che accade quando la paura di perdere la propria posizione diventa così forte da impedire di essere liberi. Ma non vorrei nemmeno sostituire a quegli eccessi l’idea opposta che ogni desiderio debba essere immediatamente soddisfatto e ogni limite sia un ostacolo da eliminare.
Vorrei riuscire a trasmettere a mio figlio una sintesi più difficile: desiderare senza diventare schiavo del desiderio, lavorare seriamente senza fare del lavoro l’unica misura di se stesso, guadagnare senza identificare il denaro con il proprio valore, usare le cose senza chiedere alle cose di raccontare chi siamo.
Anche il rapporto tra genitori e figli è cambiato. Oggi un bambino può diventare molto più centrale nella vita familiare, più protetto, seguito e osservato. Esiste così un rischio opposto a quello di molte generazioni precedenti: se un tempo ai bambini veniva spesso chiesto di adattarsi troppo presto al mondo degli adulti, oggi possiamo cadere nell’errore di costruire tutto il mondo intorno a loro. Non vorrei che mio figlio ricordasse un padre che gli ha eliminato ogni difficoltà; vorrei piuttosto che ricordasse un padre presente quando le difficoltà arrivavano.
Ed è qui che il discorso diventa inevitabilmente più personale. Che cosa ricorderà davvero di me? Probabilmente molto meno di ciò che oggi considero importante. Non ricorderà quale automobile avevamo in un determinato anno, quale telefono utilizzavo o quale fosse il modello più nuovo di qualcosa. Molti oggetti ai quali oggi dedichiamo tempo, confronti e desideri diventeranno tecnologicamente ridicoli, proprio come guardiamo con tenerezza alcune delle cose che negli anni Ottanta rappresentavano il massimo della modernità.
Ricorderà invece delle sensazioni. Se a casa si respirava serenità o tensione, se suo padre aveva tempo per ascoltarlo o aveva sempre qualcosa di più urgente da fare. Forse ricorderà i viaggi molto più del mezzo con cui li abbiamo fatti, una musica ascoltata insieme più di cento cose comprate, una passeggiata, una risata, un’abitudine familiare o una sera apparentemente insignificante rimasta chissà perché nella memoria.
Quando penso alla mia infanzia, del resto, non ne conservo un inventario. Ricordo atmosfere, persone, abitudini, modi di parlare e di stare insieme. I miei genitori non mi hanno lasciato soltanto gli oggetti della loro epoca: mi hanno lasciato un modo di guardare quegli oggetti e di attribuire loro un valore. Probabilmente sarà così anche per mio figlio.
Mi piace pensare che possa ricordarmi al pianoforte, che ricordi la musica come una presenza normale della casa e che abbia visto quanto lavoro, pazienza e attenzione servano per costruire qualcosa di bello. Ma vorrei anche che non confondesse mai questo con l’idea che una persona valga soltanto per ciò che riesce a fare.
È forse qui che vorrei interrompere qualcosa che attraversa tutta la storia cominciata con Fantozzi. Il bisogno di essere accettati, misurati e riconosciuti non è scomparso: la rete, anzi, ha moltiplicato le occasioni nelle quali possiamo essere confrontati e giudicati. Vorrei che mio figlio avesse almeno un luogo nel quale non debba dimostrare niente, e credo che quel luogo dovrebbe essere innanzitutto la famiglia.
Questo non significa insegnargli a non essere ambizioso. Vorrei che desiderasse imparare, conoscere, vedere il mondo e costruire qualcosa di suo. Ma vorrei che sapesse distinguere l’ambizione dal confronto. L’ambizione può nascere da ciò che vogliamo diventare; il confronto nasce troppo spesso dalla paura di valere meno di qualcun altro. E mentre la prima può avere una meta, il secondo difficilmente finisce.
Fantozzi non arriva mai veramente perché la sua meta è sempre collocata un gradino più in alto, in una gerarchia costruita da altri. Finché il valore della nostra vita viene misurato su quella scala, ci sarà inevitabilmente qualcuno sopra di noi. Nel mondo di mio figlio questo rischio potrebbe essere ancora maggiore proprio perché la scala non ha più i confini della Megaditta: può coincidere con il mondo intero.
Non so quale lavoro farà mio figlio e probabilmente esisteranno professioni che oggi non sappiamo ancora nominare. Posso però immaginare alcune qualità che continueranno a servirgli: curiosità, capacità critica, adattamento, disciplina, immaginazione, empatia e capacità di imparare. E forse anche la capacità di non identificarsi completamente con il proprio mestiere. Fantozzi è tragico proprio perché la Megaditta ha invaso la sua identità: persino quando non lavora continua a essere il ragionier Fantozzi. Vorrei che mio figlio lavorasse seriamente sapendo però anche tornare a casa, che desiderasse migliorare senza perdere la capacità di fermarsi, che utilizzasse la tecnologia sapendo anche spegnerla e che avesse bisogno degli altri senza affidare agli altri l’intera misura del proprio valore.
Forse ciò che una generazione consegna alla successiva non sono tanto le risposte quanto le domande che ha imparato a porsi. La generazione dei miei genitori mi ha consegnato quella della sicurezza: come costruire una vita abbastanza solida da non perdere ciò che è stato conquistato? Villaggio e Fantozzi me ne hanno consegnata un’altra: che cosa siamo disposti a sacrificare pur di essere accettati da una struttura che spesso neppure vediamo fino in fondo? La nostra epoca ne aggiunge almeno una terza: come restare padroni della nostra attenzione, dei nostri desideri e del nostro tempo in una società che compete continuamente per conquistarli?
Nel 1979 io sono entrato nel mondo dei miei genitori. Quarant’anni dopo, nel 2019, mio figlio è entrato nel mio. Tra molti anni guarderà questi anni come io oggi guardo quelli nei quali sono nato. Alcune nostre tecnologie gli sembreranno primitive, alcune paure incomprensibili e certe abitudini probabilmente comiche. Ma non penserà innanzitutto alla rivoluzione digitale, agli smartphone o all’intelligenza artificiale. Penserà a suo padre, e dentro quel ricordo ci sarà, senza bisogno di analizzarlo, anche il tempo nel quale siamo vissuti.
Ci sarà il modo in cui guardavo il telefono mentre parlava, il tempo che riuscivo o non riuscivo a dedicargli, il modo in cui reagivo quando qualcosa andava storto, come parlavo del lavoro, del denaro e delle persone che avevano più o meno di noi. Ci saranno la musica, i viaggi, le abitudini familiari e tutti quei piccoli gesti attraverso i quali un bambino comprende quali cose i propri genitori considerino davvero importanti, spesso mentre loro credono che non stia guardando.
Ed è forse questa la conclusione alla quale, partendo da un’intervista di Paolo Villaggio del 1975, non pensavo di arrivare. Villaggio raccontava l’italiano della propria epoca attraverso Fantozzi. Quattro anni dopo sono nato io, dentro il mondo che quell’italiano aveva costruito. Quarant’anni più tardi è nato mio figlio. In mezzo sono cambiati gli oggetti, il lavoro, i mezzi di comunicazione, la famiglia, la tecnologia e perfino le forme attraverso le quali il potere entra nelle nostre vite.
Ma alcune domande sono rimaste sorprendentemente simili.
Il frigorifero può diventare lo smartphone, la televisione generalista può trasformarsi nell’algoritmo che costruisce per ciascuno un mondo diverso, la Megaditta può assumere la forma di una piattaforma e il megadirettore può diventare un sistema del quale nessuno sembra conoscere fino in fondo il volto. Cambiano gli strumenti e i linguaggi, ma rimangono il bisogno di essere riconosciuti, la paura di non essere abbastanza e quella tensione verso qualcosa che dovrebbe finalmente farci sentire arrivati.
Io non so quale risposta troverà mio figlio, e forse non sarebbe nemmeno giusto che cercassi di dargliela io. Posso soltanto provare a lasciargli gli strumenti per formularne una propria. E se un giorno riuscirà a ricordare la propria infanzia come un tempo nel quale il mondo correva velocissimo, governato spesso da forze sempre meno visibili, ma a casa esisteva ancora qualcuno capace di fermarsi per lui, allora forse gli avrò lasciato qualcosa che nessun progresso tecnologico potrà rendere obsoleto.