Per molto tempo ho pensato che migliorare un impianto significasse avvicinarsi progressivamente a un punto di arrivo, a una sorta di sistema definitivo capace finalmente di restituire la musica nel modo giusto. Oggi ne sono molto meno convinto. Più ascolto, registro, insegno e confronto strumenti reali con la loro riproduzione, più mi sembra che il problema non sia trovare un modo corretto di ascoltare, ma comprendere quanti modi diversi di ascoltare esistano e, soprattutto, capire che cosa stiamo chiedendo al suono in quel preciso momento.
Quando si lavora su una registrazione, per esempio, il sistema deve essere quasi impietoso. Non serve che renda tutto bello, anzi sarebbe un problema: deve mostrare un equilibrio sbagliato, un rumore che non avevamo notato, un basso eccessivo, un attacco troppo aggressivo, una prospettiva che non corrisponde a quella immaginata durante la ripresa. In quel momento ascoltare significa controllare, e la soddisfazione non nasce necessariamente dalla bellezza del suono, ma dalla fiducia che ciò che stiamo sentendo non nasconda troppo. È un rapporto quasi professionale con la riproduzione: più che essere accompagnati dalla musica, la osserviamo.
Ma non ascolto sempre così, e soprattutto non voglio ascoltare sempre così. La sera, mettendo un disco scelto per piacere e non per lavoro, posso desiderare qualcosa di diverso: una voce leggermente più presente, un pianoforte con maggiore corpo, un arco che non mi costringa ad analizzarne ogni asperità, una scena che abbia profondità e continuità prima ancora che precisione geometrica. Qualcuno potrebbe considerarlo un allontanamento dalla fedeltà, ma fedeltà a che cosa? Alla registrazione? Alla sala nella quale è stata effettuata? Al suono che aveva in mente il tecnico? A quello che ricordiamo dal concerto? Alla sensazione che provava chi stava suonando?
La parola fedeltà diventa meno semplice quanto più proviamo a definirla. Una registrazione non è il suono reale conservato in un contenitore: è già una scelta fatta di microfoni, distanze, ambiente, livelli, montaggio, dinamica ed equilibrio. La riproduzione arriva molto dopo, come ultimo passaggio di una lunga successione di interpretazioni. Forse allora un impianto non deve necessariamente pretendere di essere invisibile; può anche dichiarare un proprio modo di raccontare quella registrazione, purché noi ne siamo consapevoli.
Avere continuamente davanti un pianoforte a coda rende ancora più difficile credere che esista una riproduzione definitiva. Basta suonare una nota e poi ascoltarne una registrazione: dal vivo il suono arriva dalla corda, dalla tavola armonica, dal mobile, dal pavimento e dalla stanza, e cambia spostando la testa di mezzo metro, aprendo o chiudendo il coperchio, cambiando posizione fra chi suona e chi ascolta. Dove sarebbe, allora, il punto dal quale registrare il pianoforte correttamente? Probabilmente non esiste. Esistono prospettive. Un microfono molto vicino racconta qualcosa che il pubblico normalmente non ascolterebbe mai; una ripresa distante restituisce maggiormente la sala ma perde parte dell’intimità meccanica dello strumento; una configurazione può privilegiare il corpo, un’altra l’attacco, un’altra ancora la dimensione dello spazio. Ogni registrazione sceglie un punto di vista, e ogni impianto ne sceglie inevitabilmente un altro.
Anche il cinema mi ha fatto riflettere molto su questo. L’idea più immediata è che aumentando il numero dei diffusori aumenti necessariamente anche il realismo, ma non è sempre così. Un sistema multicanale ben costruito può creare uno spazio straordinariamente credibile, restituire movimenti, profondità e informazioni provenienti da direzioni differenti; allo stesso tempo, due soli diffusori di grande qualità possono creare davanti all’ascoltatore una scena sorprendentemente estesa e continua. Sono esperienze diverse: una lavora maggiormente sulla localizzazione reale dei canali, l’altra sfrutta il modo in cui il nostro cervello costruisce sorgenti che fisicamente non esistono, compreso quel centro virtuale dal quale può emergere una voce perfettamente stabile. La tecnologia offre possibilità, ma non stabilisce automaticamente quale debba piacerci di più.
Per anni il linguaggio dell’alta fedeltà ha dedicato enorme attenzione agli apparecchi e molta meno alla stanza, eppure basta spostare un diffusore di pochi centimetri per ottenere una differenza che spesso supera quella prodotta dalla sostituzione di un componente costoso. Pareti, finestre, librerie, strumenti musicali, tende, porte, soffitti inclinati: tutto partecipa. Un sistema moderno può misurare l’ambiente e correggere almeno parte delle sue conseguenze, ed è una possibilità straordinaria soprattutto quando il sistema deve essere utilizzato come strumento di lavoro. Ma anche qui bisogna ricordare che correggere non significa cancellare la stanza: continuiamo ad ascoltare dentro uno spazio reale, e forse è giusto così.
Un’altra opposizione che mi interessa sempre meno è quella fra analogico e digitale. Il disco analogico mi costringe a un gesto: devo sceglierlo, prenderlo, metterlo sul piatto, abbassare la puntina. Non posso passare distrattamente da un album all’altro con lo stesso automatismo con il quale scorro una schermata, e questa lentezza modifica inevitabilmente il mio modo di ascoltare. Ma è una caratteristica dell’esperienza, non la dimostrazione di una superiorità tecnica. La musica liquida permette invece di accedere in pochi secondi a interpretazioni lontanissime fra loro, confrontare esecuzioni, studiare e scoprire registrazioni che non avrei probabilmente mai acquistato fisicamente. Una modalità chiede concentrazione attraverso il rito, l’altra offre conoscenza attraverso l’accesso; non sento più il bisogno di stabilire quale delle due sia più autentica.
Rimangono poi gli apparecchi più vecchi. Alcuni possiedono prestazioni che oggi potremmo facilmente superare, magari hanno più rumore, meno potenza, meno controllo o parametri tecnici meno impressionanti, eppure può capitare di volerli ascoltare. Non per nostalgia obbligatoria e nemmeno perché tutto ciò che è vecchio debba essere migliore, semplicemente perché hanno una personalità. Qualche volta anche un limite può diventare parte del modo nel quale percepiamo la musica, pur sapendo che bisogna stare attenti a non trasformare ogni difetto in poesia: la distorsione rimane distorsione anche quando proviene da un oggetto bellissimo. Ma l’ascolto non è un laboratorio permanente, e qualche volta il piacere conta.
Ho iniziato quindi a pensare agli impianti non più secondo una gerarchia, ma secondo una funzione. Quando registro, voglio un sistema che mi faccia dubitare; quando studio una registrazione, voglio sentirne le scelte; quando ascolto un disco per piacere, posso desiderare che quelle scelte smettano di interessarmi; quando guardo un film, voglio che il sistema scompaia e che lo spazio sonoro diventi parte della narrazione; quando accendo un vecchio amplificatore, qualche volta voglio soltanto vedere due lancette muoversi mentre ascolto qualcosa che conosco da trent’anni. Sembrano richieste incompatibili, e forse lo sono. Ed è proprio per questo che non credo più nell’impianto definitivo.
Il rischio, nell’alta fedeltà, è passare talmente tanto tempo a cercare la riproduzione migliore da dimenticare ciò che stavamo cercando di riprodurre. La precisione è importante, la neutralità è importante e la tecnologia che permette di comprendere meglio ciò che è contenuto in una registrazione è una conquista enorme, ma il piacere non è un errore di misura. Non dobbiamo necessariamente scegliere fra verità e coinvolgimento come se fossero due estremi incompatibili: possiamo semplicemente riconoscere che ascoltiamo per ragioni diverse.
Forse il sistema più onesto non è quello che pretende di essere perfetto in ogni circostanza, ma quello del quale conosciamo abbastanza bene carattere e limiti da sapere perché lo stiamo utilizzando. Alla fine, dopo diffusori spostati, confronti, misure, registrazioni, dischi e film, continuo a tornare alla stessa domanda: non quanto è buono questo impianto?, ma che cosa voglio ascoltare, e in che modo voglio ascoltarlo oggi?